84) Zambrano. La carne.
Mara Zambrano (1904-1991)  considerata una delle voci pi
intense del pensiero contemporaneo, costantemente polemica nei
confronti del razionalismo accusato di cercare e di accontentarsi
di una chiarezza puramente intellettuale. Per la Zambrano la
realt  un singolare intreccio di evidenza (i chiari del bosco) e
di latenza e il filosofo non deve considerarsi un' auctoritas, ma
una guida con il compito di risvegliare, agendo non sulla ragione,
ma sull'interezza della persona.
In questa lettura si afferma che la carne  quanto vi  di pi
minacciato dal tempo che passa e che produce terrore, ma  anche
quella che resiste di pi. Essa  un'anima animale ospitata
nell'umano; divora ed  destinata ad essere divorata.
M. Zambrano, Chiari del bosco.

 Di condizione mediatrice, la carne  quanto vi  di pi
minacciato dal terrore, e per ci stesso l'ultima resistenza ad
esso. Perch sede dell'organismo vivo e perch portata a generare.
E perch aspetta sempre. Chiede soltanto quando ormai non pu
aspettare pi. Di qui la sua tirannia. Una tirannia discontinua,
che insorge in modo esasperato e subito che ottiene qualcosa si
placa. E allora essa se ne ritorna nel suo regno, paziente,
rassegnata. Disposta tanto a soffrire quanto ad attendere, "anima
animale" ospitata nell'umano, in cui il suo attendere e il suo
soffrire gettano il loro oscuro fuoco, oscuro perch  mortale,
perch  il mortale. Ed  la carne l'alimento pregiato
dell'animale carnivoro, e perfino del delicato fiore che ne
condivide la condizione. Condizione carnivora avvivata nell'essere
umano che ritiene indispensabile solamente ci che proviene
dall'esaltazione con cui la sua carne consuma la carne che un
istante prima era viva, la carne del mansueto animale che
consapevole lo fissa con dolce tristezza: l'agnello, il bue, la
quasi incorporea vitella, e perfino la colomba, e l'uccello che di
carne  fatto appena. Per l'uomo tuttavia il divorare l'animale
alato ha chiaramente un ulteriore significato, quello di divorare
qualcosa di libero e che lo supera, una creatura di un altro
elemento al pari del misterioso e taciturno pesce. Di assimilarsi,
grazie ad essi e attraverso di essi, un altro elemento, e perfino
di divenirne figlio. Chiss, chiss che egli non si trasformi cos
in creatura dell'aria, dell'acqua e, se del caso, del fuoco... Nel
pi profondo di s, l'essere umano che tanto si proclama re della
terra non vuole discendere solo dall'Adamo terrestre.
Perch la carne divora ed  divorata;  il suo castigo. Ed 
nell'uomo che essa stabilisce, ormai solo in apparenza
giustificato dalla necessit, il suo impero. Nell'uomo, divoratore
universale di tutto, di tutto ci che pu, animali e piante, la
terra stessa, che divora spianandola, di altri uomini, di se
stesso fino alla sua totale combustione, fino al suicidio. Solo in
alcuni esseri umani lungo l'arco delle epoche quest'ansia si placa
attraverso la comunione nell'amore senz'ombra.
Mediatrice la carne fra lo scheletro e il rivestimento esterno di
ogni essere vivente, che nasce cos coperto anzich nudo;
mediatrice non solo per proporzione e peso, ma anche in quanto
sede dei delicati nervi, dei trasparenti canali del sangue come
una terra propria, familiare, concessa a certi animali
privilegiati. Ma ogni privilegio, e ancor pi se naturale, prelude
al sacrificio. La carne sacrificata trema, e vorrebbe addirittura
staccarsi dall'osso cui aderisce, e abbandonarlo, fuggendo in una
terra madre, come lei viva e che l'accolga rispettando la sua
morbidezza, salvandola dal finire pietrificata o dall'essere
nulla.
Ed  debole, si  detto da sempre, la carne. Cade preda della
tristezza che poi offre come enigmatica, o quantomeno ambigua,
risposta a chi nella tristezza l'ha immersa senza nulla dare ad
essa di quanto le conviene ed esigendo da essa qualcosa che essa
non pu dare. Triste come l'incolta terra di pianura, la semplice
terra con cui ha tanto in comune. E oggetto di disprezzo quasi
costante, giacch costantemente, instancabilmente le si chiede di
non stancarsi e di brillare, salvo poi a nullificarla quando
obbedisce. Perch la sua bellezza non pu eccedere la quantit e
il peso, le leggi dell'universo terrestre e corporeo che reggono
tutti i corpi che sulla terra e da essa provenienti ci appaiono. E
tutto questo le succede, alla carne, perch  corruttibile. E
allora l'essere umano la identifica, dal suo "Io", con la
corruzione stessa che lo circonda. Perch accade che l'"Io" umano
qualifichi tutto quello che discerne e che tutto ci che lo
avvolge gli appaia come un legame, e pi che mai la carne, la
condizione carnale  il caso di dire piuttosto a questo punto,
dalla quale vorrebbe anche fuggire, come vuole fuggirne quando ha
il presentimento dell'inesorabile sacrificio, o quando
semplicemente la si fustiga o si accelera la sua corruttibilit
nel regno detto del piacere e dei capricci dell'immaginazione.
M. Zambrano, Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano, 1991, pagine
157-160.
